“Sono fuori di me e sono in pena perché non mi vedo tornare” (Luigi Tenco)
Tre interpreti, sei personaggi, un tema: storie di ordinaria follia. Ha qualcosa di delicato e poetico, ironico e malinconico, lo spettacolo dei Nouvelle Plague. Storie vere tratte dal saggio di una sociologa napoletana: Stefania Ferraro, che vengono riscritte per la scena. Sulle note di violi e sinfonie classiche personaggi dai toni bianchi e neri disvelano un arcobaleno di emozioni. Nella scena che si presenta sin da subito scarna, sono i gesti precisi e puntuali, di corpi che hanno la qualità della danza, a disegnare nell’aria scenari immaginari e immaginati. Luoghi che i personaggi disegnano abitandoli. Un po’ quello che succede nella mente di un “semimbecille” che abita un mondo disegnato nell’aria che noi “imbecilli” non riusciamo a vedere.
Il disagio mentale, raccontato nello spettacolo, che sfocia in atti di violenza, causato quasi sempre dalla “mancanza” d’amore, di condivisione, dalla mancanza dell’altro, sottolinea come l’uscire fuori di sé sia la condizione necessaria all’atto d’amore. Ma questo uscir da sé se trova nell’altro un approdo sicuro e accogliente riesce a tornare in sè in una navigazione che da sé porta all’altro e viceversa e che ogni volta è uno scambio e un arricchimento che si chiama crescita. Se quindi nell’atto d’amore è auspicabile sapere e potere uscire da sé per emanciparsi da un egoismo apocalittico, in una condizione di assenza dell’altro, l’uscire da se non ha rotte tracciate e vagando alla cieca c’è il rischio di perdere per sempre la via del ritorno:
Sono fuori di me e sono in pena perché non mi vedo tornare
Con Cesare Lombroso a scrutare e indagare i volti degli spettatori che cominciano ad accomodarsi su sedie molto a ridosso della scena che essendo allo stesso livello degli attori accorcia di molto la distanza. Forse proprio in un tentativo inconscio di restituire se non proprio alle vite originarie almeno alle memorie di esse un altro in cui tornare in sé.
Vivere in
eterno in un luogo dove non accade mai nulla, sempre in attesa, in un limbo, in
cui la monotonia fa da padrone della quotidianità, oppure accettare una crepa
nel nostro muro invalicabile e protettivo di abitudini che lascerà oltrepassare
l’ignoto?
“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e i visi amici, considerate se questo è un uomo.”
In occasione del centenario della nascita di Primo Levi, il direttore del TPE Valter Malosti firma l’interpretazione e la regia di “Se questo è un uomo“, in collaborazione col “Centro Internazionale di Studi Primo Levi”.
Ad accoglierci proiettata in scena vi è la neve che cade lenta, e riusciamo quasi a percepirne il freddo pungente. Il tempo rallenta e noi veniamo catturati dalla sua maestosa danza, che sembra rendere incorruttibile ogni cosa. Malosti è solo sulla scena, preso a schiaffi dai contrasti di luce che con violenza ora ne mostrano il volto, ora lo lasciano in penombra. Porta con sé una valigia per l’intera durata dello spettacolo: quella valigia è il suo attaccamento alla vita, contiene i suoi ricordi ed il suo essere uomo. Quello che è stato e quello che deve, nonostante tutto, rimanere. Il testo è totalmente fedele all’omonimo libro, le parole sono lapidarie e sembrano correre come sui binari di un treno.
“Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo.“
Il protagonista si fa portavoce di queste parole ed il suo è un procedere incessante, con l’urgenza interiore di chi non può e non vuole dimenticare nemmeno un frammento dei propri ricordi. E’ la paura di chi non vuole perdersi neanche una parola, è la necessità di raccontare, perché è l’unica arma che ha per restare vivo, ancora. La scenografia iniziale è l’idea di una casa: ne ritroviamo le sole pareti mentre gli interni sono spogli, proprio come sono vuote le poche persone di ritorno dai campi di concentramento.
Fa una breve entrata in scena una donna: sembra spezzata, piegata da qualcosa che ancora non è in grado di comprendere e di spiegare e che forse mai potrà. Sfiora i muri della casa con la delicatezza con cui si accarezza un bambino e poi viene trascinata contro la sua volontà insieme agli atri.
“Vagoni merci, chiusi dall’esterno. E dentro uomini, donne, bambini, compressi senza pietà come merce di dozzina in viaggio all’ ingiù, verso il fondo.”
Lo spettacolo punta moltissimo sulla componente sonora: Gup Alcaro ne cura la riscrittura scenica ponendolo in primis come un’opera acustica. Questo risulta evidente nei 3 madrigali creati da Carlo Boccadoro a partire dalle poesie che Levi scrive di ritorno dal campo. Malosti dichiara di essersi ispirato per questo rifacimento ed in particolare per l’inserimento di questi cori, al teatro antico. Anche la scelta di un unico interprete in scena, di una sola voce senza alcuna mediazione, è spiegata dal fatto che è –una voce che, nella sua nudità, sa restituire la babele del campo degli ordini, delle minacce e del rumore della fabbrica di morte-.
Vi è l’intervento, oltre che di una donna, anche di un uomo: costui però indossa la purtroppo ormai celebre divisa a righe bianche e nere ed ha il volto totalmente coperto, ma i tratti del viso sono ancora riconoscibili. Cammina sì, ma senza emettere fiato, mette i passi uno davanti all’altro senza alcuna meta. E’ un uomo, o forse un tempo lo è stato, e ora si aggira per la scena come un automa, un manichino, come l’ombra di se stesso.
“Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.”
Queste sono le parole di Levi che però incita, nonostante tutto a mantenere almeno “lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà.”
Malosti non punta ad un coinvolgimento dello spettatore, ma anzi mantiene un certo distacco, forse proprio perchè non può esserci un’identificazione con le atrocità che uomini sono stati capaci di infliggere ad altri uomini. Nonostante ciò per quasi due ore veniamo catturati dall’atroce e scomoda verità delle parole di Primo Levi. Grande è il lavoro di Malosti non solo dal punto di vista registico ma anche e soprattuto attoriale: dritto davanti a noi, e per lo più fermo, è in grado di sprigionare un’energia evocativa che non è data solo dalla potenza della parola.
Non c’è una senzazione di sollievo alla fine, anche se il protagonista riesce a sopravvivere, poichè la nostra mente è stata rapita e ‘contaminata’ dal ricordo di un’atroce crudeltà. Ma Primo Levi ci ricorda che “Quando non si riesce a dimenticare, si prova a perdonare.”
Tratto dall’opera di Primo Levi “Se questo è un uomo” regia: Domenico Scarpa e Valter Malosti scene: Margherita Palli luci: Cesare Accetta costumi: Gianluca Sbicca progetto sonoro: Gup Alcaro madrigali: Carlo Boccadoro video: Luca Brinchi, Daniele Spanò Attori: Valter Malosti con Antonio Bertusi, Camilla Sandri
Dal 23 al 28 aprile al Teatro Gobetti, Elena Gigliotti e le sue splendide attrici portano in scena Città Inferno, una produzione di ariaTeatro Compagnia Teatrale e nO(Dance first. Think later) liberamente ispirato al film di Renato Castellani Nella città l’inferno. Nel penitenziario femminile di Città Inferno cinque carcerate accolgono l’ultima arrivata: Lina, ragazza acqua e sapone, spaesata e impaurita, finita dentro per colpa del fidanzato delinquente. Passato un primo momento in lacrime, Lina impara presto come funziona la vita in carcere e a convivere con le sue nuove compagne di cella.
Questa storia, tutta al femminile, è una groviglio di passione, di forza, di instabili equilibri, è testimonianza e fantasia, realtà e menzogna. Irriverente, sgarbata e autoironica, celebra la potenza viscerale della terra, la terra delle inflessioni dialettali e la terra che è Donna, generatrice di vita. Le indemoniate di Città Inferno sono sei, diverse per provenienza e per esperienze di vita. Una più pungente dell’altra, incontenibili, inarrestabili, sono corpi e voci che entrano ed escono dal concerto di quella cella che da claustrofobica diventa quasi accogliente, come un ventre materno in cui tutte riescono a ritagliare uno scomodo angolino dove mettersi comode. In questo spazio vitale così angusto l’energia si accumula, preme contro le quattro pareti della minuscola cella fino a esplodere al suo esterno, investendo tutto quello che trova sul suo cammino. E poi musica, balli, canti. È un inferno sì, ma un inferno così colorato che quasi quasi ti viene voglia di farci un giro.
Assistiamo a un teatro che è quasi cinema, e non mi riferisco solamente all’utilizzo dei video: qui la testimonianza audiovisiva rinasce in scena.
Il film della vita di donne realmente esistite rivive grazie a queste attrici, fantasmi in carne e ossa. Riproduzioni in bianco e nero di un’epoca che può sembrare lontana e invece eccola lì, davanti ai nostri occhi. “Che anno è lì fuori?” chiedono. “É il 2019” risponde Lina.
All’entrata del pubblico in sala le ragazze sono già sul palco, e ci rimarranno per tutte le due ore di spettacolo compresi i dieci minuti di intervallo. Se la chiacchierano e se la ridono, proprio come facciamo noi seduti in platea, quasi come a dirci che la “finzione” non inizia e non finisce mai veramente. Che loro lì sopra sono vere tanto quanto lo siamo noi qui sotto. Sono vere perché veri sono i loro bisogni e perché li fanno sentire, non si limitano a lasciarsi guardare da lontano.
“Evadono” dal palco e arrivano in platea, si fanno un giretto tra il pubblico. Ci guardano impudenti, ci parlano, rubano un portafoglio e leggono i documenti della persona a cui appartiene, gli scontrini dei posti dove è andata a mangiare. Trovano 70 euro e sembrano soddisfatte. Chiedono se qualcun’altro ha voglia di dare loro qualcosa, soldi ma non solo. Noi ridiamo a questa richiesta ma ci sgridano, perché è una cosa seria, serissima. A una spettatrice chiedono il suo bel maglione bianco, perché in cella fa freddo.
E non c’è poi tanto da stupirsi perché, in fondo, chi può dire cosa sia reale e cosa no? C’è più vita e verità lì su quel palco, tra le dita e i capelli di quelle sei attrici in questa piovosa sera di aprile, che in tante altre situazioni della nostra quotidianità. Lì sopra c’è un’onestà e un coraggio che nella vita “vera” la maggior parte delle volte ci possiamo solo sognare. Forse è proprio qui che si trova la forza vitale che fa del teatro quell’attimo irripetibile e irrinunciabile di cui i manuali e i saggi accademici parlano.
Perciò, un solo consiglio, di cuore. Siateci.
Eleonora Monticone
Città Inferno liberamente ispirato a “Nella città l’inferno” di Renato Castellani con Melania Genna, Carolina Leporatti, Demi Licata, Elisabetta Mazzullo, Stefania Medri, Daniela Vitale e con Maurizio Lombardi nel ruolo delle suore (voce off) regia e partiture fisiche Elena Gigliotti scene Carlo De Marino costumi Carlo De Marino, Giovanna Stinga luci Giovanna Bellini editing audio Claudio Corona Belgrave progetto video Daniele Salaris strutture ferrose Anelo 97 AriaTeatro Compagnia Teatrale No (Dance first . Think later)
L’amore salva il mondo… Sembra una frase che riporta a un film romantico, invece questa volta stiamo parlando di Pinocchio, una delle storie più diffuse nel mondo dei bambini. Scritto nel 1883 da Carlo Collodi, il romanzo racconta le esperienze accidentali e dannose ma altrettanto attraenti e ricche di colpi di scena, di una marionetta animata. Pinocchio è il burattino di legno prediletto da suo padre, mastro Geppetto, un povero falegname che fa di tutto pur d’insegnare le buone maniere a suo figlio. Molto più di un burattino che vuole diventare bambino, Pinocchio è un’icona universale, metafora della condizione umana.
Un’allegra consapevolezza: è questo che, a mio avviso, regala il monologo di Matthias Martelli Nel nome del Dio Web, nuova produzione della Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani, andato in scena l’11 aprile, l’ultima volta per la stagione 2018/19, in occasione della XXIII edizione del Festival GiocaTeatro.
Le città, per loro natura, si modificano, evolvono e mutano
il loro aspetto esattamente come fanno le società che le abitano. Da questa
naturale tendenza è nata la volontà di ri-creare e far risplendere nuovi
“spazi” culturali che ospitassero le creatività di oggi e del futuro. Tre zone
periferiche di Torino si sono unite per riqualificare luoghi che risultavano
insoliti e inconsueti per ospitare l’arte e il teatro. Fra questi troviamo bellARTE, un
teatro sorto all’interno di una fabbrica tessile dismessa e gestito dal 2006 dall’associazione
Tedacà. BellARTE, insieme a Cubo Teatro e San Pietro in Vincoli Zona Teatro, sono
luoghi di incontro e dialogo, ma soprattutto si propongono come fonte di
stimolo per affrontare e indagare i temi del quotidiano e del nostro sistema
sociale: un “fertile terreno” da coltivare per far crescere nuove risorse
culturali e artistiche. Nel programma dei tre teatri si presentano numerose
opportunità per incontrare artisti di grande levatura nazionale, ma anche emergenti
giovani promesse, in una dimensione di vicinanza che genera una cifra
comunicativa immediata e diretta.
Il 31 marzo, in linea con la poetica e la ricerca sociale
che si è andata a costituire, al Teatro bellARTE è stato presentato il duetto iLove di Fattoria Vittadini. Questa
Compagnia estremamente eterogenea, è nata a Milano qualche anno dopo rispetto
allo spazio bellARTE, nel 2009, dalla volontà di undici giovani (ex)allievi del
corso di teatro danza della nota scuola milanese Paolo Grassi, cerca di
sviluppare una ricerca personale e una poetica che spazzi all’interno della molteplice
pluralità linguistica dell’arte scenica dei nostri tempi. Fattoria Vittadini è
riuscita nel giro di pochi anni a conquistare l’attenzione della critica
proprio per i suoi segni distintivi che hanno la capacità di avvicinare sempre
nuovo pubblico a lavori artisticamente elevati e di forte impronta sociale.
Il tema presentato alla Città di Torino con il duetto iLove non risulta particolarmente
innovativo: una coreografia autobiografica che parla di un amore e nella quale due
personaggi si ritrovano a condividere lo stesso spazio, inizialmente lavorativo,
successivamente esteso alla sfera intima e privata. “L’amore è come questo viaggio in treno. Ci si lascia e ci si ritrova …”
e proprio così i due performer si incontrano, si indagano l’un l’altro, si
presentano e iniziano un viaggio di condivisione. Cercano loro stessi e la
propria identità, studiano la loro relazione e l’affetto reciproco che li
sovrasta. I due performer non vanno mai ad annullarsi ma proprio l’unione delle
loro personalità fa emergere caratteristiche individuali e strettamente personali:
uno si presenta come un personaggio dai gesti chiari e decisi, che a partire dalla
lingua dei segni (LIS) espande il proprio essere verso il compagno, l’altro,
più introverso, proietta sé stesso in continui slanci solistici pur ricercando
un legame corporeo verso l’altro.
A prima vista risulta inconsueto per il Teatro bellARTE ospitare
all’interno della propria stagione di ricerca uno spettacolo come iLove. Ma in scena ci sono due uomini a
presentare il loro legame amoroso al pubblico. Un amore fra due uomini? Un
amore omosessuale è il tema di questo splendido duetto? Due persone dello
stesso sesso, nella società odierna ormai definita evoluta, possono condividere
lavoro, vita privata e sentimentale? Non per questo sono meno uomini e meno
umani. Questa è l’indagine analizzata e presentata dai due giovani danzatori, Cesare
Benedetti e Riccardo Olivier. La loro proposta scenica si presenta come una
danza fortemente astratta che esalta la potenza del segno per portare agli
occhi dello spettatore un’analisi sul significato dell’essere uomini “maschili”.
Sono queste forse, come molte altre espressioni, etichette con cui i danzatori
giocano in una scena spoglia.
Questo duetto è nato quando ancora Cesare e Riccardo erano
una coppia; poi si sono separati continuando a condividere la sfera lavorativa.
Il risultato di questa relazione è stato proprio questo elegante duetto che
tocca la sensibilità del pubblico sul tema dell’individualità nella coppia e
dell’amore maschile.
ILove si apre con la coppia sul palco in ombra. La loro vicenda
si muove a ritroso: si sono già separati e al centro della scena, sotto un cono
luminoso, campeggia un ortaggio: un finocchio. La prima e breve sezione è ricca
di gesti che sottolineano l’attuale lontananza e separazione ma poi, come in un
flashback cinematografico, tutto ricomincia dal principio e quello a cui assistiamo
è il ricordo dei primi momenti assieme, gli attimi più felici condivisi in
coppia. L’importanza degli sguardi con il pubblico e che i due si scambiano l’uno
per l’altro costituiscono un elemento di forte persuasione e seduzione. Proprio
da uno sguardo nasce il duetto, che pur giocoso nasconde le difficoltà tecniche
come anche la difficoltà del vivere assieme. Vestiti con pantaloni e felpe i
due performer si presentano come ragazzi qualunque che iniziano a giocare tra loro.
Segue un momento conviviale, intimo, un esilarante quanto
serio attimo che raffigura un fugace pasto consumato assieme, dove il finocchio
dell’incipit torna in scena per venire divorato dai danzatori. L’azione avviene
vicino a un microfono sul proscenio, rendendo a tutti i presenti udibile il
rumore dei morsi. Subito i due uomini si spogliano, sottolineando come l’abito
è solo una parte di ciò che realmente siamo. Si diffonde una sensazione di smembramento
e di incomunicabilità: assistiamo al progressivo allontanamento di Cesare dalla
relazione creatasi, mentre Riccardo diviene “appiccicoso”, quasi morboso nel
seguire il partner. La rottura finale è inevitabile e commovente: non aleggiano
parole, non ci sono insulti e scontri, ma solo un senso profondo di tristezza, solitudine
e vuoto.
Lo spettacolo è parte della rassegna di danza Il Corpo Racconta e della rassegna Amor Novo di Fertili Terreni Teatro, il progetto di Acti Teatri Indipendenti, Cubo Teatro, Tedacà, Il Mulino di Amleto dedicato alla drammaturgia contemporanea e al teatro di innovazione. Realizzazione in collaborazione con Associazione Quore, Arcigay, Queever e progetto "Omofobia. No Grazie"
Abbiamo incontrato Luca Valentino, regista e insegnante di Arte Scenica presso il Conservatorio di Alessandria, che ci ha parlato della sua messinscena, al Teatro Regio, di Pinocchio di Pierangelo Valtinoni su libretto di Paolo Madron (qui la recensione a cura di Lukrecia Vila).
Nel momento in cui ho visto nel programma del Teatro Stabile di Torino questo spettacolo, decisi che dovevo andare assolutamente a vederlo. Fu un desiderio dettato dalla profonda stima che nutro verso la grande persona che fu Don Lorenzo Milani. Ero inoltre molto curiosa di sapere come avrebbero affrontato in palcoscenico una storia come la sua.
E’ stata “colpa” del mio ex insegnante di psicologia del mio liceo se mi sono imbattuta in questo personaggio, che oltre essere stato molto attivo a livello sociale e politico, ha dato un importante contributo alle successive riflessioni sulla didattica scolastica.
Avere un milione di idee in mente, progetti artistici, sperimentazioni e non sapere da dove partire per mettere in atto la moltitudine di collegamenti tra studio e azione. Noi iscritti al Dams conosciamo bene questa situazione che ci angustia dal primo anno di università. Parole stampate e nient’altro, a meno che non sia tu a metterti in gioco. Il mondo del quale abbiamo scelto di far parte è così, e questo tipo di preparazione ci mette davanti la cruda realtà: il punto di partenza devi essere tu. Rapahel Bianco conosce bene la situazione dei giovani artisti, spesso con troppe cose da dire e pochi mezzi. Decide così di creare “Showcase”: un’opportunità per giovani coreografi di esprimere la loro visione utilizzando i mezzi di una compagnia professionale. Continua la lettura di SHOWCASE – vetrina giovani coreografi→
Il blog degli studenti di teatro del D@ms di torino