Regia di Silvio Peroni, opera di Daniel Greig, tratta dal libro bestseller autobiografico La morte sospesa di Joe Simpson, dall’11 al 16 marzo al teatro Gobetti è andata in scena la storia di Joe Simpson e Simon Yates, due alpinisti coinvolti in una vicenda drammatica durante un’escursione sulle Ande Peruviane.
Lo spettacolo è parte della rassegna di spettacoli con maggiore accessibilità: durante queste rappresentazioni il Teatro Gobetti dispone per il pubblico che lo richiede di occhiali speciali per poter vedere sovratitoli scegliendo la dimensione e la posizione e cuffie per poter sentire meglio l’audio. Un modo bello ed efficace per rendere più inclusivo il teatro o per provare a vivere l’esperienza da spettatore in modo differente.
La scena si apre con la commemorazione di Joe Simpson, organizzata da Sara, sorella di Joe (Eleonora Giovanardi). Alla base di tutto la ricerca di risposte, la ricerca di un senso a una morte tragica e alla scelta di essere alpinisti.
Simon Yates(Giovanni Anzaldo), compagno di Joe nella sua disavventura, mostra a Sara, un colpo di piccone dopo l’altro, cosa sia l’alpinismo: fatica e sacrificio, ma anche adrenalina e libertà.
Ma questo non basta, la sorella di Joe vuole comprendere cosa sia successo precisamente sul monte Siula Grande.

Ripercorrendo la vicenda insieme a Richard (Matteo Gatta), scrittore in cerca di avventure che per un breve tratto di strada aveva accompagnato i due alpinisti, salvo poi fermarsi al campo base, Simon racconta a Sara l’incontro con Joe, le prime escursioni, il progetto per scalare il Siula Grande e l’evolversi della vicenda.
L’asse di legno che, capovolto, da tavolo diventa mappa immaginaria su cui Richard mostra a Sara il percorso e la struttura metallica che costituisce la parte principale della scenografia, ben si prestano a rendere visibile e immaginabile la concretezza della narrazione agli spettatori.
L’alpinismo non è spavalderia sprezzante nei confronti della vita, ma il desiderio di assaporarla appieno in ogni suo dettaglio.
Il vuoto crea adrenalina e “la vita con il vuoto è mille volte vita”.
Nell’alpinismo uomo e natura, profondità d’animo e di campo visivo si uniscono e diventano tutt’uno.
Compare la figura di Joe stesso (Lodo Guenzi) che in un immaginario dialogo con la sorella racconta la sua storia.
Note musicali a cura di Lodo Guenzi: “Mano dopo mano io e Simon andiamo”.
Mano dopo mano affrontano rischi, sfide e difficoltà. A un certo punto però Joe, già caduto precedentemente, ferito e legato solamente alla corda con Simon, rimane sospeso su una terrazzina di ghiaccio a strapiombo su un crepaccio. Il compagno pur non vedendo Joe, affidandosi alla percezione del peso dell’amico, avendolo già calato per molti metri, prova a salvarlo, ma una tempesta rende sempre più scivolosa la presa e lo porta alla scelta fatale: tagliare la corda per provare a salvarsi o cadere nel vuoto insieme all’amico e morire.
Viene spontaneo chiedersi come si avrebbe reagito noi nei suoi panni.
Simon dopo aver resistito un’ora e mezza nella bufera al buio e senza più forze taglia la corda, scende da solo, vede il crepaccio e, convinto che l’amico fosse morto, una volta tornato al campo base, cercando di elaborare il lutto, brucia tutti i suoi vestiti.
Joe invece, contro ogni aspettativa, capendo che non avrebbe potuto risalire il crepaccio di 45 metri, si era calato da lì, aveva attraversato un ponte di ghiaccio laterale e saltellando su 6km di murene e strisciando per un chilometro e mezzo era riuscito dopo 3 giorni a tornare vivo al campo base.

Come può un corpo in condizioni così avverse sopravvivere e resistere? Fino a che punto si è disposti a lottare per la propria vita? Come ci si sente a morire soli e abbandonati? Domande che sorgono spontanee in un clima generale sospeso.
Oltre l’etica e oltre la morale c’è l’istinto di sopravvivenza.
Nello spettacolo si cita spesso Tony Cruz, unico sopravvissuto a una spedizione di quattro persone e scrittore, preso ad esempio vivente. Alpinismo, rischi e attaccamento alla vita sono elementi inscindibili tra loro. Forza, resistenza e raggiungimento degli obiettivi sono alla base di questa pratica ed è proprio dandosi piccoli obiettivi che Joe, passo dopo passo, riesce a salvarsi.
Tra realtà e dimensione onirica/immaginaria emerge la profondità dei sentimenti di tutti i protagonisti della vicenda.
Morire è cosa leggera in confronto ad affrontare il terrore della morte. Joe ha affrontato con forza e coraggio se stesso, i suoi limiti e le sue paure e così facendo si è salvato.
In una toccante lettera scritta alla sorella prima della spedizione sul Siula Grande emerge la personalità di Joe: il sarcasmo, l’affetto per la sorella, la passione per l’alpinismo e l’energia vitale.
La scena si chiude con il vero lieto fine: Sara in realtà era venuta a sapere giorni dopo quello che era successo al fratello perché al momento della disfatta era su un aereo dirottato in Kenya, Joe, una volta guarito scrive un libro autobiografico; Richard continua la sua avventura viaggiando per il mondo e Simon continua a fare l’alpinista.
Joe non incolperà mai Simon del suo gesto, affermando che nelle sue condizioni avrebbe agito alla stessa maniera.
L’accompagnamento musicale procede per tappe e mostra come tutta la vicenda narrata sia una parentesi all’interno di vite e storie decisamente più ampie.
Uno spettacolo forte, impattante e travolgente.
Solitudine e fratellanza, vita e morte si mescolano e si uniscono restituendo uno spaccato sull’alpinismo, sulla durezza della montagna che costituisce tuttavia anche il suo incredibile fascino.
Marta Cavalliere
CREDITI:
Testo di David Greig
traduzione Monica Capuani
con Lodo Guenzi, Eleonora Giovanardi, Giovanni Anzaldo, Matteo Gatta
regia Silvio Peroni
Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito e Argot Produzioni
Accademia Perduta / Romagna Teatri Centro di produzione teatrale
con il contributo di Regione Toscana
foto Daniele Casalboni e Giulia Pompili
foto copertina Tom Dempsey