La storia dell’immorale e libertino Burlador de Sevilla, oggi meglio conosciuto come Don Giovanni, è ormai ben nota e viene interpretata in questo spettacolo da Arturo Cirillo presso il teatro Gobetti di Torino.
Il regista e protagonista, restando fedele all’origine musicale come opera buffa dello spettacolo, offre una reinterpretazione del mito servendosi e citando anche letteralmente il testo di Molière e il libretto di Mozart e Da Ponte. Pur riservando un profondo rispetto per i testi originari, Cirillo non manca di fornire una propria interpretazione sul personaggio, aggiungendo in più occasioni elementi della propria comicità ispirata dalla tradizione partenopea, dovuta alle origini dell’attore e al suo periodo di contatto con la compagnia teatrale di Carlo Cecchi, ben nota anche per la sua ispirazione volta ad un recupero del teatro popolare.
L’impronta di questa interpretazione si può notare anche nella musica, curata da Mario Autore, che non si limita a essere una copia dell’originale opera mozartiana, ma fornisce un’interpretazione dai toni popolari che ricordano arie napoletane. Questa rivisitazione dell’opera si nota anche nella scelta per la recitazione di rimanere in un limbo fra cantato e dizione, che sottrae Mozart dall’altare dell’opera lirica e lo pone in un ambiente squisitamente popolare senza perdere la dignità artistica che lo caratterizza.
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A metà fra la risata e la drammaticità, la vicenda viene raccontata divenendo un’opera a sé, con una comicità mordace che lascia trasparire toni più seri. Basti pensare all’Elogio dell’Ipocrisia, che attraverso il pessimo esempio di Don Juan fa riflettere su quanto, purtroppo, la mancanza di sincerità sia ancora una problematica attuale. Secondo l’esempio di Molière, questa rappresentazione ci mette in guardia sul giudizio del Cielo, senza tuttavia concludere l’opera con delle fiamme infernali quanto piuttosto, in un’interpretazione più laica, preferire un abbandono definitivo dell’ingannatore a sé stesso nell’autoconsapevolezza di ciò che ha fatto, nonostante i diversi avvertimenti ricevuti. Ad alleggerire sarcasticamente la drammaticità della scena finale, la musica dell’overture di Mozart rivisitata come una taranta e la battuta finale di Sganarello: “E a me chi mi paga?”, che smorzano la drammaticità del destino di Don Giovanni, consentendo al pubblico fra una risata e l’altra di riflettere sulla vicenda rappresentata prendendo la giusta distanza dai personaggi in scena.
Per citare lo stesso Cirillo, questo spettacolo sfiora il teatro dell’Assurdo, sposando allo stesso tempo la grazia della musica di Mozart accompagnando lo spettatore in una rilettura dei testi di Molière e Da Ponte.
Linda Steur